Ci sono oggetti che diventano il ritratto di una città. Per Chiavari quell'oggetto è una sedia: sottile, slanciata, leggerissima, eppure sorprendentemente robusta. La conoscono in tutto il mondo come sedia di Chiavari o chiavarina, e qui la si chiama anche campanino, nome legato al soprannome del suo ideatore. Dietro la sua semplicità c'è una storia fatta di ingegno artigiano, di cultura illuminista e di un territorio che da secoli vive del lavoro delle mani.
1807: un'idea arrivata da Parigi
Tutto comincia con Stefano Rivarola, nobile chiavarese, fondatore e presidente della Società Economica di Chiavari, l'istituzione nata nel 1791 per promuovere l'economia, le arti e i mestieri del territorio. Nel 1807, di ritorno da un soggiorno a Parigi, Rivarola portò con sé alcune sedie francesi che lo avevano colpito per la loro eleganza e leggerezza, e le propose come modello ai migliori artigiani della città.
A raccogliere la sfida fu l'ebanista chiavarese Giuseppe Gaetano Descalzi, nato nel 1767 e conosciuto come il Campanino. Descalzi non si limitò a copiare: rielaborò i modelli francesi in stile Impero, semplificò l'apparato decorativo e ridusse al minimo lo spessore degli elementi strutturali, progettando una sedia originale, con precise varianti di carattere funzionale. Era già un artigiano apprezzato: nel 1796 la Società Economica gli aveva assegnato una medaglia d'argento per due cassettoni di pregevole fattura.
Il segreto: leggerezza e resistenza
La chiavarina tradizionale nasce da legni locali, soprattutto ciliegio selvatico, acero e faggio, e talvolta frassino, lavorati in sezioni sottilissime ma perfettamente calibrate. La seduta è realizzata con sottili strisce di salice palustre intrecciate a mano, fissate con un sistema di annodatura messo a punto dallo stesso Descalzi. Il risultato è una sedia leggerissima da sollevare che però sopporta senza fatica l'uso quotidiano: un piccolo capolavoro di ingegneria artigiana, nato molto prima che il design diventasse una disciplina.
Dal successo europeo alla Superleggera
Il successo fu rapido. Attorno a Chiavari nacquero numerose botteghe e, alla morte di Descalzi nel 1855, il settore dava lavoro a circa seicento persone. La sedia conquistò ammiratori illustri: fu apprezzata da re Carlo Alberto di Savoia, da Napoleone III e dallo scultore Antonio Canova, e ricevette riconoscimenti in esposizioni nazionali e internazionali. L'attività proseguì con il figlio Giacomo.
Con il tempo la concorrenza delle sedie industriali, a partire dai modelli viennesi in legno curvato, ridusse la domanda, ma la chiavarina non scomparve. Anzi, nel Novecento ispirò uno dei grandi nomi del design italiano: Gio Ponti si rifece al sistema costruttivo della sedia di Chiavari per la sua celebre Superleggera, prodotta da Cassina negli anni Cinquanta. Ancora oggi alcuni laboratori artigiani del territorio continuano a realizzarla secondo la tradizione.
Gli altri mestieri del Tigullio
La sedia di Chiavari fa parte di un patrimonio artigiano più ampio, che la Regione Liguria tutela con il marchio Artigiani in Liguria, pensato per le produzioni di qualità strettamente legate alla loro zona d'origine. Fra le eccellenze riconosciute ci sono, accanto alla sedia:
- l'ardesia della Val Fontanabuona, estratta e lavorata fin dall'antichità fra Lavagna e l'entroterra;
- il velluto di Zoagli, tessuto nel borgo vicino fin dal Medioevo;
- i damaschi di Lorsica, altra tradizione tessile dell'entroterra.
A Chiavari, inoltre, è di antica tradizione il macramè, il pizzo a nodi ottenuto intrecciando i fili sfrangiati di preziose tele, che ancora oggi si ritrova in corredi e lavori di pregio.
Per vedere da vicino questa eredità basta una passeggiata nel centro storico: Casa Relax nel Centro di Chiavari, in Corso Lima 13, si trova a pochi minuti a piedi dai portici e da via Ravaschieri, dove ha sede la Società Economica che ne promosse la nascita.
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